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Muli, mule e compagnia
Un dialetto si capisce da come chiama le persone. Il triestino ha parole affettuose e parole taglienti, spesso le stesse dette con un tono diverso, e un'abitudine tutta sua: chiamare i ragazzi come l'animale più testardo della stalla. Qui c'è la gente, dalla famiglia al cortile.
Il mulo e la mula
Se c'è una parola che fa riconoscere un triestino è mulo. Non l'animale: il ragazzo, il giovane. La mula è la ragazza, il muleto e la muleta sono i bambini, la muleria è la compagnia di ragazzi che si ritrova in piazza o sugli scogli. Non c'è niente di offensivo: è il modo normale di chiamare i giovani, e un «mulo de Trieste» è un triestino a tutto tondo.
Per dire che qualcuno è triestino davvero si usa patoco, genuino, doc. E ci vuole anche l'essere s'ceti, schietti: al triestino piace chi parla chiaro.
- mulo
- A Trieste il «mulo» non è l'animale ma il ragazzo, il giovane popolano (al femminile «mula»): è forse la parola più identitaria della città.
- mula
- La ragazza, la giovane. Femminile di «mulo».
- muleto
- Diminutivo affettuoso di «mulo»: il ragazzino, il bambino.
- muleria
- La ragazzaglia, la compagnia di ragazzi.
- patoco
- Genuino, autentico, verace: «un triestin patoco» è il triestino puro, doc.
- s'ceto
- Schietto, puro, sincero. Contiene il nesso «s'c», suono tipicamente triestino.
La famiglia
In famiglia i nomi sono antichi e vengono dal fondo veneto. I veci sono i vecchi ma anche, familiarmente, i propri genitori; il nono e la nona i nonni; il barba è lo zio e l'amia la zia; il santolo e la santola sono il padrino e la madrina di battesimo. Il cugino si chiama zerman, i figli sono i fioi. Chi è cresciuto a Trieste li usa senza pensarci, e chi viene da fuori li deve imparare presto.
- veci
- I vecchi; familiarmente anche «i miei genitori».
- barba
- Lo zio. Antica voce veneto-alpina.
- amia
- La zia.
- santolo
- Il padrino di battesimo; al femminile «santola», la madrina.
- zerman
- Il cugino. Antica voce veneta.
- fio
- Il figlio; «fioi», i figli, i ragazzi.
Caratteri
Il vocabolario per giudicare il prossimo è ricchissimo, e quasi sempre bonario. Mona è la parola più usata e più versatile: lo sciocco, il credulone, ma anche l'amico a cui si dà una pacca. Sempio, pandolo, bauco e lolo sono varianti dello stesso tema, dal semplicione al tontolone. Il musso, l'asino, è il testardo.
Ci sono anche le parole per i bambini: cocolo è il tenero, quello da coccolare, e smorbio il vivace, il capriccioso. E per le persone da cui guardarsi: il fufigneso che armeggia di nascosto e imbroglia un po', e il rufian, il lecchino.
- mona
- Sciocco, credulone. È tra le voci più schiettamente venete del triestino, usata in mille modi di dire.
- sempio
- Sciocco, semplicione, ingenuo.
- pandolo
- Sciocco, allocco, ma detto con bonarietà.
- musso
- L'asino; e, per traslato, il testardo, l'ostinato.
- cocolo
- Carino, tenero, coccolone: detto di bambini e persone care.
- smorbio
- Vivace e capriccioso, detto soprattutto dei bambini.
- fufigneso
- Pasticcione, chi armeggia di nascosto e imbroglia un po'.
I giochi di cortile
Prima degli schermi, i muli giocavano nelle corti dei caseggiati e nelle androne, i vicoli della città vecchia. Si giocava a scondi, a nascondino; al campanon, saltellando nei riquadri disegnati per terra; alla cavalina; e con le s'cinche, le biglie di vetro. Il balon era il pallone, e la partita si faceva in strada.
Sono giochi semplici, ma hanno lasciato parole che ancora si sentono, ed è anche per questo che abbiamo voluto il triestino dentro i giochi di oggi.
- scondi
- Nascondino («zogar a scondi»).
- campanon
- Il gioco della campana, saltellando nei riquadri.
- s'cinca
- La biglia di vetro con cui giocavano i muli in cortile.
- cavalina
- La cavallina, gioco di salti.
- androna
- Il vicolo stretto tra le case della città vecchia.
Le parole che si dicono cento volte al giorno
Infine le esclamazioni, che sono la punteggiatura del parlato. Ciò serve a richiamare l'attenzione e a dare enfasi; varda! vuol dire guarda; ocio! vuol dire attento; alè è un incitamento; figurite è il figurati di chi non vuole essere ringraziato. Ostrega esprime stupore senza bestemmiare.
- ciò
- Interiezione onnipresente per richiamare o dare enfasi («ciò, senti!»). Voce di origine veneta, ormai marchio di fabbrica del parlare triestino.
- ocio
- L'occhio; «ocio!» vale «attento!».
- varda
- «Guarda!»: imperativo di «vardar», guardare.
- figurite
- Figurati!, ci mancherebbe.
- ostrega
- Esclamazione di stupore, eufemismo veneto: «ostrega, che roba!».
Mettile alla prova
Queste parole non stanno solo in una pagina: vengono dalla stessa raccolta che usano i giochi in dialetto. Scegli Triestino dal selettore della lingua in alto e prova AzzeccaParola o Parole Intrecciate: si giocano subito, senza registrarsi. Con un account ci sono anche Parole Crociate e la Parola della Fortuna, con i proverbi in dialetto.
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